La Chiattulidda, antica varietà di Triticum durum Desf. originaria delle colline agrigentine, rappresenta oggi uno dei simboli più luminosi dell’agrobiodiversità siciliana e del legame indissolubile tra l’uomo, la terra e la memoria. Le sue prime tracce documentarie risalgono alla fine dell’Ottocento, quando fu citata nell’Archivio agrario, forestale e metallurgico del 1895 tra i frumenti locali provenienti dalla Sicilia. Varietà di media precocità, resistente, adatta ai terreni aridi e calcarei, la Chiattulidda incarna la sapienza agricola di un territorio che, per millenni, ha selezionato le proprie risorse genetiche attraverso un dialogo lento e costante con la natura. Le sue spighe lunghe e chiare, le ariste scure, la cariosside di media grandezza leggermente allungata raccontano un patrimonio agronomico plasmato dal tempo e dalla selezione spontanea, un grano capace di restituire al semolato qualità ideali per la pastificazione e per la panificazione tradizionale.
In questa storia, che affonda le radici nei cicli antichi della ruralità mediterranea, si innesta il percorso umano e scientifico di Tony Rocchetta, agricoltore di Licata e Custode dell'Identità Territoriale del percorso dei Borghi DeCo Nato e cresciuto in una delle aree più antiche della colonizzazione greca dell’isola, Rocchetta appartiene a una generazione sospesa tra il ricordo dei gesti contadini e l’urgenza della modernità. La sua scelta non è stata un ritorno nostalgico, ma un atto di responsabilità: interrompere la corsa dell’agricoltura intensiva per tornare al tempo lento della terra, alla manualità, alla selezione naturale, ai semi antichi che custodiscono identità. Cresciuto tra il profumo del pane di casa e la memoria dei campi lavorati a mano, ha scelto di risalire la storia agricola della sua comunità per recuperare ciò che stava scomparendo: un frammento di patrimonio genetico, un pezzo di identità collettiva.
La riscoperta della Chiattulidda è stata possibile grazie all’incontro con un anziano contadino licatese che conservava poche spighe in un vecchio sacco di iuta. Era un seme sopravvissuto per caso, fragile come una reliquia, eppure capace di custodire una storia lunga millenni. Da quei pochi chili di semente ha preso avvio un percorso scientifico rigoroso, condotto in collaborazione con la Stazione Consorziale Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia, che ha portato al riconoscimento ufficiale e all’iscrizione della Chiattulidda nel Registro nazionale delle sementi di conservazione. Un atto che non rappresenta solo un successo burocratico, ma un passo fondamentale per la tutela di una risorsa genetica unica, altrimenti destinata a scomparire.
Da quel momento Rocchetta è diventato l’ultimo custode di questa varietà, impegnandosi in una coltivazione condotta secondo metodi tradizionali: semina manuale, rotazioni rispettose dei cicli del suolo, assenza totale di chimica di sintesi, attenzione alla vitalità del terreno e alla resilienza delle piante. Il progetto Seme Antico – Chiattulidda Licatisi è oggi un esempio concreto di agricoltura sostenibile integrata con ricerca scientifica, filiere corte e valorizzazione territoriale. Le farine macinate a pietra, la pasta essiccata lentamente a bassa temperatura, i prodotti ottenuti da questo grano compongono un mosaico sensoriale che restituisce autenticità e qualità nutrizionale: glutine più morbido, maggiore digeribilità, presenza naturale di fibre e antiossidanti, frutto di una pianta che ha mantenuto nei secoli un equilibrio fisiologico non alterato dalle selezioni intensive del Novecento.
Le varietà antiche, a differenza dei grani moderni iperselezionati, rappresentano sistemi complessi di adattamento: altezza maggiore, radici profonde, capacità di competere con le infestanti senza diserbanti, resistenza alla siccità. Sono organismi che dialogano con l’ambiente, che rispondono ai suoli, che modulano la crescita senza l’intervento della chimica. In un’epoca segnata dal cambiamento climatico, esse costituiscono non solo un patrimonio storico, ma una risorsa strategica per il futuro dell’agricoltura mediterranea.
Nel lavoro di Rocchetta si intrecciano ricerca, divulgazione e educazione: l’Agriteatro Didattico, primo teatro agricolo dedicato alla narrazione della terra, restituisce dignità ai gesti che vanno dalla semina alla molitura, dalla panificazione alla tavola. Il Food Camp, laboratorio naturale e scientifico dedicato allo studio delle varietà autoctone, affronta con metodo il tema dell’adattamento climatico e delle risposte genetiche dei cereali. Tra i progetti più emblematici, Isula, la prima pasta al mondo a forma di Sicilia, simbolo di appartenenza identitaria e allo stesso tempo esperienza sensoriale e culturale.
Rocchetta racconta che «ogni varietà di grano è un frammento di DNA culturale». Recuperare un seme significa recuperare un gesto, un paesaggio, un sapere agricolo. Significa dare continuità a una memoria evolutiva che rischia di essere cancellata dall’omologazione. Il suo percorso, narrato nel libro L’Ultimo Custode – Storia della Chiattulidda, dimostra che l’agricoltura non è solo produzione, ma anche conoscenza, responsabilità ecologica, identità territoriale. Conservare un seme significa proteggere un sistema vivente, un equilibrio tra uomo e natura che oggi può rappresentare una delle risposte più sensate e lungimiranti alle sfide globali.
Il lavoro di Tony Rocchetta è il racconto di come la scienza, la cultura e la memoria possano fondersi in un progetto agricolo che guarda al futuro attraverso la custodia del passato. È la prova che il vero progresso non è correre senza radici, ma saper tornare indietro per ritrovare la verità profonda del nostro legame con la terra.